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martedì, Gennaio 18, 2022

Celle di San Vito, qui si parla francoprovenzale

Minoranze linguistiche in Puglia

In Puglia, oltre alla minoranza greco salentina (griko), della quale la nostra rivista si è occupata più volte, esistono al tre due minoranze linguistiche riconosciute e protette dallo Stato italiano (legge n. 482 del 15 dicembre 1999), e sostenute anche dalla Regione Puglia attraverso la Legge regionale 22 marzo 2012, n. 5”. Si tratta della minoranza franco provenzale presente in alcune località del foggiano e della minoranza arbëreshe (italo albanese), il cui centro più importante è costituito da San Marzano di San Giuseppe, in provincia di Taranto. Sulla prima riferiscono, in questo numero, Virginia Carosielli e Mariangela Genovese. Dell’altra ci si occuperà in un prossimo numero della rivista. (Salvatore Tommasi)

Celle di San Vito è una minoranza linguistica francoprovenzale alloglotta, unica nel sud Italia, riconosciuta ai sensi della Legge n. 482/99 che in Italia ha pochi uguali, ed i suoi abitanti, si esprimono ancora oggi, a distanza di sette secoli, nella lingua originale: il francoprovenzale. Inoltre è stata riconosciuta dall’Unesco lingua a rischio di estinzione, e, pertanto inserita nell’Atlante online Atlas dell’UNESCO come patrimonio culturale immateriale da tutelare.

Un po’ di storia…

C’era una volta il Re Carlo I d’Angiò, che sui Monti Dauni, nell’antica fortezza Crepacordis, situata sull’antica Via Traiana (oggi Via Francigena del Sud), stanziò i suoi soldati francesi per sgominare i soldati saraceni asserragliati a Lucera. Vinta la battaglia, nel 1274, il Re concesse ai suoi soldati di richiamare le proprie famiglie e stanziarsi in loco. A causa della pericolosità del luogo (brigantaggio e condizioni climatiche avverse), le famiglie si trasferirono presso le cellette dei monaci alle pendici di Monte San Vito. Qui dieci famiglie gettarono le radici di Celle di San Vito e della nostra lingua francoprovenzale. Dalle celle monacali e dal piccolo Santuario dedicato a San Vito, posto presso il vicino monte omonimo a 1050 metri d’altezza, il paese prende il nome di Celle di San Vito, con Regio Decreto del 26.10.1862 del Re d’Italia Vittorio Emanuele II.

Come si presenta

L’abitato si presenta a mo’ di transatlantico, circon- dato da boschi e i monti San Vito e Monte Cornacchia (il più alto della Puglia). Colpiscono le vastità boschive e le sorgenti. Dai suoi punti panoramici si ammira il Tavoliere e il golfo di Manfredonia. Da vedere nel paese: Museo Etnografico francoprovenzale, con una raccolta di attrezzi della civiltà contadina ed artigianale; la Porta dei Provenzali; la Croce Francoprovenzale e la Chiesa di Santa Caterina. Il territorio è attraversato dal sentiero Frassati e dell’antica via Traiana-Egnathia (oggi Via Francigena del Sud) vicino la Taverna di San Vito, crocevia di pellegrini e luogo di sosta e di ristoro per il cambio dei cavalli, e il Santuario di San Vito, di interesse storico-artistico.

Cosa offre: turismo esperenziale

Oggi quel paese esiste e resiste: è il paese più Piccolo della Puglia. Vicoli e viuzze si diramano dalla via principale, dormienti d’inverno e pullulanti di vita d’estate. Ospitalità e accoglienza accompagneranno ogni tuo passo, facendoti sentire protagonista di un viaggio nel passato: ogni persona che incontri sarà per te la chiave di un mondo passato e di una realtà lenta, essenziale e autentica.

Sei amante della natura?

Zio Michele ti condurrà in un mondo incontaminato alla ricerca di erbe spontanee e piante officinali, in una lunga passeggiata a contatto con la natura. Abbandonando i sentieri naturalistici, ti potrai dirigere lungo la Via Francigena, alla scoperta di antichi luoghi che per primi accolsero i nostri antenati: la chiesetta di San Vito e l’antica Taverna che proteggono la Sorgente del Fiume Celone. Lungo il cammino potrai incontrare i tanti pellegrini, anche stranieri, che attraversano il nostro territorio, tappa dei Cammini Religiosi. Rientrando in paese, ti potrai intrattenere con dei laboratori
esperienziali, assaporando tisane di erbe spontanee del territorio cellese, creando le candele francoprovenzali a base di strutto aromatizzate alla lavanda e origano, confezionando i saponi a base d’olio di oliva.

Sei un buongustaio?

Molte sono le peculiarità gastronomiche del borgo, ricette del libro della nonna, piatti tipici legati alla vita del passato e ai momenti di festa. Piatti poveri e semplici divenuti al giorno d’oggi pietanze ricercate e dal gusto autentico. Le ricette diventano attrici di uno show cooking in lingua francoprovenzale, dove tu potrai partecipare alla crea- zione del piatto. Panquàje, lavanèlle é fasùle, turtiére, péttele, suffrì, pizza fàule… per te non avranno più segreti! Gastronomia protagonista della Sagra dell’Agnello del 25 Aprile e dei Cicatelli del 18 agosto. Suggestiva è la Festa del Vicino: per le vie del borgo si snodano tavolate conviviali dove “ognuno porta qualcosa”.

Alcune chicche:

Possiedi un animale domestico? Il 15 giugno non puoi mancare alla tradizionale benedizione degli animali durante la festività di San Vito, protettore del paese.
La creatività cellese si può ammirare durante il periodo natalizio, quando l’intero borgo si trasforma in un villaggio del Natale, con addobbi e luci; oppure durante la processione della Domenica delle Palme, quando i fedeli esibi- scono ramoscelli di ulivo sapientemente intrecciati ad opera d’arte.

La ricetta

Il pancotto era, ed è, una delle pietanze tipiche del più piccolo borgo della Puglia.
Un piatto povero, genuino, cosiddetto a KM 0. Oggi viene riproposto a casa e nei ristoranti, come una pietanza ricca e ricercata, ma nasce dalla povertà dei nostri contadini, che riuscivano a creare piatti solo da pochi ingredienti procurati nell’orto o nei boschi.

Panquàje Tóche ó sèrve: lu panne dìje, le patàte, la menèstre, lu uàjele, l’àglje, lu fòre

Lu cartellè accuntà da ‘na vecchiarèlle di Cèlle:

“A Cèlle, ma nònne m’accuntàve che lu panquàje i venìve pa gerjà é regerjà, cóme a vòre, ma la fèlle i rumanìve sane é crécche. La fèlle de panne gli-éve lunge é róse é se mettìve denghjé la tièlle: ‘na ziche de ténne, pecché s’ava pa rùmpere.  Denghjé lu fratténne i preparàve ló fasùle, la menèstre, la ventrésche, sule un fìje de uàjele é se mettìve tutte ‘nghiòcche la fèlle de panne denghjé lu cartellè.  Dó lós anne, pérò, gli-é cangjà. Lu panne se mettìve pa a fèlle ma a piézze. I quascìve le patàte dó un pùue de sa, i mettìve lu panne a piézze é póje a piascìje menèstre, fasùle, summa sfritte denghjé la saìme. Un fìje de uàjele… ‘namùrre de fòre… é se geriàve pe ‘nzapurìje.  Lu panquàje ma nònne lu fascìve sèmpe a mun frare cunzepprìnne: u pòste de denà lu mengìje de lós ‘nfanne, i denàve lu panquàje.

Pancotto
Gli ingredienti: pane raffermo, patate, verdure di campagna (stagionali), olio, aglio, peperoncino

Come nasce il piatto, dal racconto di una delle cellesi più anziane, Olga:

«A Celle, nonna raccontava che il pancotto era diverso, tanti anni addietro. Non era passato e ripassato, girato e rigirato, ma il pane era bello e sodo. La fetta di pane raffermo era lunga e grande e si calava nella pentola: pochissimo, perché non doveva sfaldarsi. Nel frattempo preparava il condimento: solo fagioli, solo verdure, solo pancetta, solo un filo d’olio, e il tutto andava sulla fetta di pane posizionato sul piatto.Poi, però, negli anni si è trasformato. A partire dalla fetta di pane che non era più a fette ma a tocchetti. Cuoceva le patate con un pizzico di sale, vi aggiungeva il pane a pezzetti, e poi a piacere verdure, fagioli, o pancetta fritta nella sugna. Un filo d’olio a chiudere e infine tanto peperoncino. E si rigirava per insaporire il tutto. Nonna preparava sempre il pancotto a mio cugino: invece di omogeneizzati e pappine, mangiava il pancotto. Andava bene per mio cugino perché tutti ingredienti erano genuini, ingredienti che oggi chiamano “a chilometro 0».

a cura di Virginia Caroselli e Mariangela Genovese

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