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martedì, Gennaio 18, 2022

Lingue minoritarie, il griko e il mondo contadino. Quando “madre” lingua e “madre” terra si fondono

Vale per tutte le lingue minoritarie? Che a conservarle siano state le classi subalterne, intendo. Per il griko è stato senz’altro così. Questa lingua, infatti, è diventata sinonimo di mondo contadino. Ha espresso la cultura di quel mondo: una cultura non scritta, i cui valori e le cui credenze si sono conservati, oltre che nelle pratiche e nelle abitudini di vita, nei proverbi, nei racconti, nelle nenie e nelle poesie d’amore, tutto trasmesso oralmente, come la lingua. Nei secoli in cui il succedersi di invasioni, le dominazioni, le decisioni politiche e religiose hanno eliminato la “cultura alta” che in territorio salentino si esprimeva nella lingua greca, le popolazioni contadine e illetterate hanno invece conservato lingua e identità. Perché lo hanno fatto? Per una silenziosa forma di autodifesa e di protesta contro i vari padroni che a nient’altro erano interessati se non ad appropriarsi dei frutti del loro lavoro? O perché la “conservazione”, per chi vive dei prodotti della terra, è non soltanto una necessità materiale ma anche un bisogno dello spirito? Comunque sia, quello che del griko (il vecchio greco evolutosi via via a contatto con il romanzo) ci è rimasto reca l’impronta del mondo contadino.

Ta àrmata

Tale impronta ha continuato, infatti, a prevalere anche quando alcuni intellettuali, che da quel mondo provenivano, o che ad esso non si contrapponevano, hanno cominciato a dar forma scritta alle espressioni comunicative della lingua del popolo. La terra e i suoi prodotti, e gli alberi che vi crescono, il lavoro che vi si svolge, e il sole e la rugiada, la pioggia e il vento, il succedersi delle stagioni: tutto ciò che dà vita e pensiero a chi lavora nei campi è diventato anche materia letteraria. Il poeta griko si è volto alla campagna per dar vita ai suoi versi.

Ta quartùddhia

Qualcuno lo ha fatto rappresentando la durezza e i disagi del lavoro agricolo, qualcun altro edulcorando e idealizzando la semplicità e l’essenzialità del vivere e del sentire quando si resta a contatto con la natura. Il giovane che si è staccato dalla famiglia per andare a studiare in una città lontana ha portato con sé ricordi idilliaci del suo paese e della sua gente e li fa rivivere con accenti nostalgici nei componimenti poetici. Probabilmente, quando egli pensa in lingua materna, le parole che gli vengono in mente si riferiscono alla campagna. È di campi che ha sentito parlare i suoi genitori. E di immagini campestri è pieno il ricordo della sua infanzia.

To tsinari

Potrei riferire tanti esempi per illustrare quanto ho affermato. Ne ho scelto solo uno, che riporto qui di seguito, e che mi sembra lo faccia in modo egregio. Si tratta di una composizione di Giuseppe Lefons, un poeta di Calimera (1891-1964) già incontrato in un precedente numero della rivista. Il brano selezionato rappresenta, in realtà, solo una digressione in un testo molto più ampio dedicato all’estinzione del griko: E glossa ti mas pai (La lingua che se ne va). Il tono di nostalgia e di rimpianto per la scomparsa di una lingua viene esteso e legato alla scomparsa di una intera civiltà, quella contadina, descritta con meticolosa cura dei dettagli e con sincera adesione ai valori di un tempo. Anche per la rappresentazione della lingua vengono significativamente utilizzate immagini campestri. Eccole: “Come una quercia annosa, / stracarica di anni, / una volta vestita / con una gran bella chioma, /  che dava per la notte / riparo all’uccellino / ed ombra al contadino / all’ora della cena, (…) / ed ora va mostrando / i rami spogli / per le foglie che ha perduto / che le caddero secche; / così la nostra bella lingua (…)”.

Si potrebbe dire che nella poesia in griko (non solo in quella di Giuseppe Lefons) si verifichi una sorta di fusione tra la “madre” terra e la “madre” lingua. Come se la terra contenesse nel suo grembo non solo quanto è necessario per il sostentamento, ma anche la materia prima per comunicare e socializzare: le parole. La terra, la campagna, idealizzate, sono rappresentazione non soltanto di bellezza, ma anche di serenità, di pace, di armonia, di fratellanza e di buoni sentimenti.

To trapani

Nella scomparsa della lingua, il poeta include la scomparsa della civiltà contadina e dei suoi valori. Generalmente non nasconde, il poeta, un sentimento di nostalgia. Sente il disagio della modernità. Esprime un senso di colpa. Denuncia una ferita inferta alla terra e al proprio passato.

In realtà, per chi ha abbracciato la modernità e volge lo sguardo indietro, il passato ha, al contrario, delle connotazioni negative. Richiama fatica, stenti, sfruttamento, analfabetismo. Un mondo da gettare via e dimenticare. Come la lingua che ne è stata l’espressione.

La ferita, tuttavia, c’è. Ce ne accorgiamo, purtroppo, con preoccupazione e sconcerto. Siamo oggi alla ricerca di un nuovo equilibrio. Perché la modernità, insieme all’abbondanza, ha portato con sé anche dissesti e distruzione. E, il sapere, confusione e smarrimento. Tornare a cercare nella “madre” la saggezza e la semplicità che la precipitosa ansia del nuovo e del benessere ci ha fatto smarrire può costituire una via di salvezza. Recuperare l’antico rispetto per il grembo che ci nutre è la necessità fondamentale del nostro tempo.

E, forse, chissà se anche la riscoperta e il “culto” della lingua della nostra tradizione, con i suoi contenuti di essenzialità e autenticità umana, non possano esserci di aiuto! Vale, questo, anche per le altre lingue minoritarie?

di Salvatore Tommasi

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