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martedì, Gennaio 18, 2022

La fiera di San Vito di Ortelle

Tra rito e istituzione: un viaggio antropologico

Una scienza giovane come l’antropologia svela quanto sia incessante la creatività trasformatrice degli esseri umani: nella loro laboriosità metamorfica, mettono in atto sofisticate strategie di trascendenza, come la perpetuazione dei miti attraverso i riti. Questi disegni di cambiamento, così minuziosamente elaborati e allo stesso tempo così spontaneamente intrinseci nella nostra natura, procedono nel loro eterno passo verso l’edificazione di infiniti “modelli e finzioni d’umanità”, ovvero pratiche in grado di forgiare socialmente e culturalmente l’uomo mediante costruzioni rituali e istituzionali. Tali prassi appartengono ai corollari dell’antropopoiesi: l’inarrestabile opera di creazione di patrimoni culturali (in scala globale, locale e finanche individuale) in grado di identificarci, di darci “un senso e un posto nel mondo”. Un vero deus ex machina, che custodisce sotto alla sua ala primordiale le sfere semantiche dei riti e delle istituzioni. Due termini, questi ultimi, i cui perimetri di significato sono affascinantemente e reciprocamente permeabili e sovrapponibili: le istituzioni generano riti, i riti generano istituzioni.

Ortelle – Il cibo nei quadarotti

Queste riflessioni aprono il passo ad interrogativi appassionanti e audaci. Ad esempio, potremmo domandarci se, negli immaginari e nelle concezioni di realtà degli abitanti di una data comunità, la fiera annuale rappresenti, appunto, un rito o un’istituzione. La risposta declina logiche di aut- aut, coniugando indissolubilmente i due termini in un’unica dimensione. Su queste incorruttibili fondamenta sostratiche di rito e istituzione, nelle diverse epoche, le fiere hanno raccolto e incarnato differenti accezioni di significato, in balia dei mutamenti umani di cui abbiamo parlato. La loro esplorazione è interessante se si assume la prospettiva della microstoria (tendenza affermatasi in Italia a partire dagli anni ‘70), volta a produrre indagini di lunga durata concentrate su aree geografiche circoscritte, offrendo ricostruzioni analitiche riguardanti piccole comunità locali. Indossando le lenti della microstoria, è possibile indagare i livelli di significato che la fiera ha assunto e accumulato nell’area pugliese, con un focus su un campione le cui radici (come quelle di ogni mito) affondano nell’insondabile terreno del “da sempre”, tanto sconosciuto quanto sorprendentemente rassicurante.

Ortelle – Vendita di vino

La Fiera di San Vito a Ortelle, ancora oggi, continua a seppellire sotto i veli della secolarità le sue origini: non ci è dato conoscerne con certezza la data della sua fondazione. Imboccando i tracciati della comparazione diacronica, è possibile esplorare valenze, sensi e riti della festività locale, e il loro mutamento. Partiremo dalla fiera pugliese di ieri, per approdare sulle spiagge della contemporaneità. Nel tacco peninsulare, la matrice pagana delle fiere venne gettata insieme con elementi cristiani in un unico calderone dai Borbone che, durante il Regno di Napoli, si impegnarono nel rilancio di un’economia gravitante attorno al commercio diretto nelle zone più meridionali dei loro possedimenti. I Borbone valorizzarono antiche usanze e tradizioni e ne istituirono di nuove, alcune delle quali sono giunte fino a noi, penetrando e attraversando i confini temporali, come quella della Fiera di San Vito. La nascita delle fiere nel Mezzogiorno coincide con esigenze di controllo territoriale, di gerarchizzazione delle aree in base a necessità politiche ed economiche. Tali motivazioni, però, non esauriscono il ventaglio di cause (e di significati) dellecelebrazioni.

Ne sono esistite molte altre, da ricercarsi in bisogni e desideri che potremmo definire ecologico-sociali delle comunità. Le fiere, infatti, a differenza dei mercati, avevano (e conservano) cadenza annuale ed erano strumenti importanti nella delineazione del ritratto sociale delle popolazioni locali. La loro frequenza sull’asse temporale scandiva l’ordine stagionale, il flusso lavorativo nei campi, e dunque relazioni contrattuali. Anche il valore sacrale pronunciato delle manifestazioni forniva alle comunità strumenti identitari, alimentando sentimenti collettivi di appartenenza. I primissimi riferimenti in forma scritta alla fiera di San Vito sono rintracciabili nell’Apprezzo del 1781 dello Stato della Contea di Castro, cui apparteneva l’area ortellese. Con il termine “Apprezzo”, durante il Regno di Napoli, si indicavano particolari documenti riportanti le stime per la formazione dell’onciario o catasto. Tuttavia, la presenza di elementi riconducibili alla fiera in inventari più antichi, risalenti al 1542, e confluiti nei documenti consultati dall’Apprezzo, suggerisce che essa abbia origini anteriori alla seconda metà del XVI secolo. Grazie all’Apprezzo del 1781 sappiamo che i tessuti urbani di Ortelle (all’epoca accoglievano 384 persone) non raggiungevano la cappella dedicata al Santo, intorno alla quale nella quarta domenica di ottobre, si svolgeva la fiera.

Già in questo anfratto storico l’evento non si presenta un’esclusiva riservata agli abitanti di Ortelle: i mercanti dei paesi vicini partecipavano alla compravendita di mercanzie di generi vari, che nell’Apprezzo vengono riunite sotto l’etichetta di “Paniere di San Vito”. Gli animali, invece, non avevano ancora fatto la loro comparsa in questo scenario: il loro commercio era contemplato nelle fiere di territori qualche km più a nord-est. Sappiamo che l’organizzazione della ricorrenza cadeva integralmente nelle mani della locale Universitas. Il termine, derivante da universi cives (letteralmente “unione di tutti i cittadini”), durante il Regno di Napoli era impiegato per indicare le comunità dell’Italia Meridionale. Quella di Ortelle deteneva la totalità delle prerogative sulla fiera, concedendo ai Conti di Castro e di Lemos (signori di Ortelle) unicamente il diritto di servitù (jus servitutis). Tale diritto imponeva la partecipazione di un componente per nucleo famigliare, chiamato ad accompagnare lo stendardo e la bandiera. Da parte sua, l’Universitas inviava una persona addetta alla custodia e alla guardia del castello di Castro per tutta la durata di un giorno e di una notte. Tale diritto si estinse nel 1770, anno in cui i cittadini furono sollevati dall’incarico in cambio di una tassazione, poi abolita nel 1777 dalla Camera Regia. Proprio alla fine del XVIII secolo, il generarsi del mercato capitalistico nazionale portò alla costruzione di flussi economici più ampi, influenzando i significati delle fiere meridionali.

Facendo un salto in avanti sull’asse temporale fino ad un passato prossimo, in cui la fiera continua a dare appuntamento a ortellesi e limitrofi nella quarta domenica di ottobre, arriviamo all’edizione 2004. Gli animali, lungi dall’essere i grandi assenti, rivestono ormai da tempo un ruolo centrale. Nel 2004, infatti, il Comune di Ortelle e la sua frazione Vignacastrisi hanno avviato il sistema di tracciabilità del Marchio Or.Vi. (Ortelle e Vignacastrisi) degli allevamenti suini del salento leccese. Le carni derivano da animali allevati nel territorio di Ortelle e Vignacastrisi con antiche tecniche secondo un disciplinare cui aderiscono gli allevatori che si attengono al protocollo Or.Vi., il Comune di Ortelle, la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Teramo e la Asl di Maglie. Intorno al consumo di “buona carne” si sono generati, in seno alla fiera, riti nuovi (rispetto a quelli sopra descritti) e a cui molti pugliesi prendono tutt’oggi parte.

Chi non ricorda di aver fatto la fila, almeno una volta, per assaporare il panino col capocollo? Sono numerosissimi gli elenchi di pratiche introdotte nell’architettura della manifestazione, che oggi non si limita a coinvolgere i luoghi più prossimi, ma anche quelli distanti. Ad esempio, si pensi al fenomeno “del ritorno” di cui, proprio la fiera, muove i fili: ogni anno, sono moltissimi gli ortellesi trasferitisi in altri contesti geografici (anche lontani ed esteri) che tornano a visitare il luogo natio per l’occorrenza. Nella Fiera di Ortelle, allora, dimora un caleidoscopio di mutamenti sull’asse diacronico che, paradossalmente, restano invariabili nella loro accezione rituale e istituzionale per continuare ad affermarsi nel presente.

Una particolare parentesi merita un’edizione speciale: quella dello scorso anno. Sebbene la fiera non abbia potuto svolgersi nella quarta domenica di ottobre per via delle circostanze pandemiche, una nuova metamorfosi ha permesso alla sua secolare promessa di non interrompersi. Quella del 2020, è stata più di un’edizione: è stata una meta-edizione. L’antica fiera ha sollevato le sue radici profonde dai terreni di Ortelle, per portarle nella dimensione digitale. Sebbene in aprile, la fiera è tornata a chiamare a sé il pensiero degli affezionati: tanto dei suoi visitatori, tanto di chi si impegna a studiarla, per ricostruirne la carta d’identità. Una modalità di partecipazione nuova, virtuale e sperimentale. Il sindaco Francesco Massimiliano Rausa ha introdotto una videoconferenza attraversata dagli interventi di Salvatore Colazzo (professore ordinario di Pedagogia sperimentale presso L’Università del Salento), Giovanna Bino (archivista e ispettrice onoraria del MiBact), Antonio Bonatesta, (ricercatore di Storia all’Università del Salento) e Ada Manfreda (ricercatrice di Pedagogia sperimentale all’Università di Roma Tre). La conferenza era volta alla presentazione del progetto di ricerca “La Fiera di San Vito tra storia, memoria e progetto. Studio di fattibilità per la patrimonializzazione del sapere immateriale del territorio”, approvato e finanziato dal Bando CUIS 2019. Il programma (che convoglia lo sforzo degli intellettuali nei rami storico, archivistico e pedagogico) prende il via dalla presa di coscienza dei significati identitari della fiera. Per portarli alla superficie, la strada da percorrere è l’indagine dei rituali che in essa hanno abitato. Un dialogo meta-antropologico, meta-storico e meta-culturale che guarda al recupero delle tradizioni come alla traduzione nel presente di una leggenda.


Totem, cavalli e contaminazioni culturali
Quando una comunità pensa alle proprie tradizioni, le immagina come qualcosa che le appartengono da sempre, come sue esclusive, e crede che continueranno ad esserlo in eterno. Le ricostruzioni storiche, dal canto loro, rivelano che il percorso di una tradizione è più complesso, e che spesso intreccia quelli di comunità “altre”. La Fiera di San Vito è oggi popolare per la varietà di carni suine Or.Vi., la cui qualità viene riconosciuta oltre i confini locali. In tempi meno recenti, la Fiera di San Vito aveva investito del titolo di “animale totem” (da intendersi come animale che riveste un ruolo importante nei processi di identificazione comunitaria) un esemplare diverso dal maiale: il cavallo. Una documentazione consistente rileva l’arrivo nel meridione italiano di popolazioni Rom, fra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo, con una comune ed indiscutibile attitudine: domare e commerciare i cavalli. Fino ad un passato non lontano, stando a ricostruzioni tramandate anche oralmente, i Rom erano attori attivi nelle fiere di paese meridionali: si accampavano nei loro dintorni alcuni giorni prima insieme all’intero nucleo famigliare. Lì, si insediavano provvisoriamente con tende e letti di paglia, per poi ripartire immediatamente al terminare della fiera, nel corso della quale si dedicavano al commercio di cavalli. Quest’attività, insieme all’addestramento equino, costituiva la maggiore fonte economica e di sostentamento per tali insediamenti. Evidentemente, anche gli “zingari” sono stati partecipanti attivi nella delineazione identitaria della Fiera di San Vito. Alcune fonti riportano che il porticato a quattro arcate sul lato a sud della cappella medievale dedicata al Santo abbia ospitato quelli che si recavano a Ortelle per la fiera. Alcuni locali ricordano i sentimenti di curiosità e diffidenza procurati dal loro arrivo, quando li vedevano giungere coi puledri e i finimenti per cavalli da vendere. Tramite operazioni di baratto (ricorda qualcuno) gli zingari si rifornivano direttamente dai locali di paglia e foraggio da destinare ai loro bestiami. Secondo alcune ricostruzioni, in Puglia e in Salento il consumo di carne equina deve la sua diffusione all’influenza di questi flussi migratori. Proprio in territorio nostrano (a differenza di quanto avvenuto in altre zone italiane), le loro attitudini commerciali e alimentari hanno trovato terreno fertile nell’eredità messapica. Tra i Messapi, infatti, il cavallo è probabilmente stato considerato altrettanto importante. Chi l’avrebbe mai detto che un piatto come i pezzetti di cavallo, annoverato dai locali fra gli emblemi salentini per eccellenza, custodisca in sé influenze d’oriente, dove il goulash viene altrettanto rivendicato in quanto tradizione tutta ungherese?

a cura di Ilenia Orsi

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